Per milioni di persone, la giornata non inizia veramente senza una tazzina di caffè. È convinzione comune che questa bevanda aumenti attenzione ed efficienza psicomotoria, ma quanto di questo effetto è dovuto alla chimica e quanto all’esperienza in sé? Proviamo a spiegarlo in cinque minuti, il tempo di sorseggiare un espresso in tranquillità…
Tanto per cominciare, la caffeina, principale attivo contenuto nei semi di Coffea Arabica, è una molecola semplice che ha rappresentato una vera sfida alla farmacologica: facile da isolare e identificare, ha rivelato un meccanismo complesso, la cui comprensione è stata per anni sfuggente. Oggi attribuiamo gli effetti su veglia e attenzione al blocco dell’adenosina, un nostro neurotrasmettitore, ma arrivarci ha richiesto decadi. Questo. però, non ne ha impedito la diffusione e oggi più che mai, con i prezzi in rialzo in tutto il mondo, può far piacere sapere che gli effetti del caffè non sono collegati soltanto a questo alcaloide, ma probabilmente al rituale del sedersi e gustarlo serenamente. Nella speranza che questo aiuti a rendere meno frenetica la vita quotidiana, riportiamo in sintesi quanto pubblicato su Frontiers in Behavioral Neuroscience.
Infatti, uno studio pubblicato dai ricercatori dell’Università del Minho (Portogallo) ha infatti chiarito come la semplice assunzione di caffeina non basti a replicare tutti i benefici di una tazza di caffè.
Lo Studio: Caffè vs Caffeina Pura
Per comprendere i meccanismi neurobiologici alla base di questo fenomeno, i ricercatori hanno reclutato 47 bevitori abituali di caffè2. I partecipanti sono stati sottoposti a scansioni di risonanza magnetica funzionale (fMRI) a riposo in due momenti: prima e 30 minuti dopo aver bevuto una tazza di caffè. Per isolare gli effetti della chimica da quelli dell’esperienza, i ricercatori hanno confrontato questi dati con un secondo gruppo di 36 persone a cui è stata somministrata solo caffeina disciolta in acqua calda, eliminando quindi il sapore, l’odore e il rito associati alla bevanda.
Il risveglio cerebrale: spegnere il “pilota automatico”
I risultati hanno mostrato un dato interessante, condiviso da entrambi i gruppi. Sia il consumo di caffè che l’assunzione di sola caffeina hanno ridotto la connettività nella Default Mode Network (DMN) posteriore, specificamente nell’area del precuneo. La DMN è la rete neurale attiva quando siamo a riposo, sogniamo ad occhi aperti o lasciamo vagare la mente. La diminuzione della connettività in quest’area indica che il cervello sta uscendo dallo stato di riposo per prepararsi all’azione e all’elaborazione di stimoli esterni. In breve: sia il caffè che la caffeina ci aiutano chimicamente a “svegliarci”.
L’effetto esclusivo del caffè: memoria e visione
Tuttavia, lo studio ha rivelato differenze sostanziali. Solo bere una tazza di caffè (e non la semplice caffeina) ha aumentato la connettività in due reti specifiche:
- La rete visiva superiore: coinvolta nell’elaborazione visiva.
- La rete di controllo esecutivo destra (RECN): fondamentale per la memoria di lavoro, il controllo cognitivo e il comportamento orientato agli obiettivi.
Chi aveva assunto solo caffeina non ha mostrato questi miglioramenti specifici.
Conclusioni: Il potere dell’esperienza sensoriale
I ricercatori suggeriscono che questi benefici cognitivi extra (migliore prontezza operativa e visiva) potrebbero dipendere dall’esperienza sensoriale del bere caffè — il suo odore, il gusto particolare e persino l’aspettativa psicologica del consumo. Come spiega lo studio, l’esperienza del caffè potrebbe innescare sensazioni di piacere e attivazioni cerebrali che la sola molecola di caffeina non è in grado di replicare. In sintesi, per svegliarsi, la caffeina fa il suo lavoro; ma volendo esser pronti all’azione, il rito della tazzina sembra essere insostituibile.
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