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Anche nel Chewing Gum
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Anche nel Chewing Gum

2560 1707 Michele

Viene da chiedersi cosa possa pensarne Giulio Natta. Speranze, perplessità, ansie. Il suo lavoro ha dato origine alla plastica per come oggi la conosciamo, cambiando il Mondo e come oggi lo viviamo. Siamo passati dall’elogiare i piatti in Moplen al cercarne tracce nel cibo. Una volta di più, siamo quello che mangiamo. Anche quando compriamo la gomma da masticare.


“Gli scienziati non sanno ancora se siano pericolose o meno, non ci sono studi sull’uomo. L’intento era esamiare un altro caso di esposizione alle microplastiche, in un Mondo in cui sono già onnipresenti”. Così ha dichiarato il dottor S. Mohanty, con tono rassicurante. Intanto, non a tutti farà piacere sapere che siamo esposti a questi materiali anche quando mastichiamo il chewing gum. È un gesto quotidiano per milioni di persone: masticare per rinfrescare l’alito o alleviare lo stress, magari per non accendere una sigaretta. Tuttavia, una  ricerca del 2025 presentata all’American Chemical Society sulla composizione di questi prodotti invita a una nuove riflessioni. UCLA, l’Università della California di Los Angeles, ha quantificato in uno studio pilota il rilascio di particelle durante la masticazione, sollevando le solite, numerose domande, nonostante le rassicurazioni dello stesso team di ricercatori.

Anche i polimeri della gomma da masticare sembrano liberare microplastiche,  poco importa che siano sintetici o di origine naturale.

UN RILASCIO RAPIDO


Lo studio si è concentrato sull’analisi della saliva durante la masticazione. Ogni grammo di gomma, tra i diversi indagati, ha rilasciato fino a 637 particelle di microplastica, con tempistiche rapide: la maggior parte, circa il 94%, veniva rilasciata nei primi 8 minuti. Le analisi hanno identificato quattro principali polimeri plastici, con una prevalenza di poliolefine (polimeri a cui appartiene il polipropilene). Un punto, questo, che potrebbe sorprendere, tanto più se non esiste differenza significativa tra le varie tipi di gomma. Tra i 10 testati, infatti, non sussistono differenze quanto a rilascio di microplastiche. Gomme sintetiche e naturali, ambedue hanno rilasciato quantità simili.

Le microplastiche hanno dimensioni inferiori ai 5 millimetri e trovarle sulla spiaggia è, per quanto spiacevol, un’esperienza comune. Ben diverso, è accettare l’idea che queste siano stabilmente presenti nel nostro organismo

L’invito degli autori sembra essere, tuttavia, a un approccio equilibrato: informazione senza allarmismo. Solo una parte della mole di dati raccolti ogni anno dalla ricerca passa il setaccio della storia, diventando scienza. Ci sono limiti di concezione in ogni ricerca, limiti che impediscono a molti studi di poter pervenire a principi  generalizzabili. Si potrebbe dire che in questo caso, ad esempio, non si raggiunga la significatività statistica di tutti i dati raccolti e come le microplastiche possano non essere rilevate con la metodologia (la microscopia infrarossa, ndr). E’ pertanto difficile orientarsi nel Mondo dei dati statistici, galleggiare nel mare di ansie che possono generare; tuttavia, è possibile tentare di stilare una sorta di “vademecum” utile a orientarci nelle piccole scelte quotidiane.

MICROPLASTICHE: UN APPROCCIO IN DIECI PUNTI


1. Cosa sono e come si differenziano dalle nanoplastiche

Le microplastiche  sono definite come particelle di materiale plastico sintetico insolubile in acqua con dimensioni inferiori ai 5 millimetri. Quando scendono sotto la soglia di 1 micrometro (µm), entrano nella categoria delle nanoplastiche. Questa distinzione è cruciale perché le dimensioni influenzano la capacità di queste particelle di penetrare le barriere biologiche del nostro corpo.

2. Non tutte le microplastiche nascono uguali

Le microplastiche primarie sono prodotte intenzionalmente in dimensioni microscopiche, come i microbeads nei cosmetici, nei dentifrici o i pellet industriali. Le microplastiche secondarie, che rappresentano la maggior parte dell’inquinamento, derivano invece dalla degradazione di oggetti più grandi (bottiglie, reti da pesca, tessuti sintetici) frammentati dall’azione meccanica, dai raggi UV o da processi biologici.

3. Onnipresenti

La diffusione delle microplastiche è ubiquitaria. Sono state rilevate negli oceani, nei laghi, nel suolo, nell’aria (indoor e outdoor) e nella catena alimentare. La ricerca ha confermato la loro presenza in matrici biologiche umane vitali: sono state trovate in sangue, polmoni, placenta e cervello.

4. Esposizione Umana

Gli esseri umani entrano in contatto con le microplastiche principalmente attraverso tre vie:
Ingestione: cibo (soprattutto prodotti ittici, sale, zucchero), acqua (sia di rubinetto che in bottiglia) e bevande.
Inalazione: respirando particelle sospese nell’aria, provenienti ad esempio dall’abrasione degli pneumatici o dalle fibre tessili sintetiche.
Contatto dermico: attraverso prodotti per la cura personale o tessuti, sebbene questa via sia considerata meno rilevante rispetto alle prime due per le particelle più grandi, ma significativa per le nanoplastiche.

5. Rischi potenziali: infiammazione e stress ossidativo

Sebbene la ricerca sugli effetti a lungo termine sia ancora in corso, studi in vivo e in vitro suggeriscono che l’esposizione alle microplastiche può indurre stress ossidativo, risposte infiammatorie, citotossicità e disfunzioni metaboliche. Le particelle più piccole (nanoplastiche) preoccupano maggiormente per la loro capacità di traslocare dal sistema respiratorio o digerente al flusso sanguigno, accumulandosi in organi come fegato e reni, con potenziali rischi neurotossici e riproduttivi.

6. Microplastiche come vettori

Le microplastiche non agiscono esclusivamente da corpi estranei, ma possono fungere da vettori per altre sostanze, come inquinanti ambientali, metalli pesanti e patogeni, oltre a rilasciare additivi chimici tossici presenti nella plastica stessa, come plastificanti o ritardanti di fiamma.

7. La forma conta quanto la chimica

Anche la morfologia può indurre tossitictà. I frammenti irregolari e le fibre possono essere più dannosi di microsfere lisce, causando maggiore stress ossidativo e risposte infiammatorie negli organismi. 

8. La sfida della misurazione e il rischio contaminazione

Uno dei problemi principali nella ricerca è la mancanza di metodiche standardizzate per quantificare le microplastiche, rendendo difficile confrontare i dati globali. Un recente studio ha evidenziato che le procedure di laboratorio stesse (uso di certi consumabili, flussi d’aria, abbigliamento) possono contaminare i campioni, portando a sovrastimare la presenza di microplastiche

9. Normative

La regolamentazione sta diventando più severa. L’Unione Europea, attraverso l’ECHA (Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche), ha introdotto restrizioni sull’aggiunta intenzionale di microplastiche e ha avviato un sistema di reporting obbligatorio per le emissioni di microplastiche per usi industriali esentati. Inoltre, l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) sta lavorando a un parere scientifico comicroplasticheleto sui rischi per la salute alimentare, previsto entro il 202710.

10. Un approccio integrato

A livello normativo, è necessario implementare politiche che limitino la produzione di plastica monouso e migliorino i sistemi di filtrazione, mentre a livello scientifico darà una priorità standardizzare  metodi di analisi e condurre studi epidemiologici a lungo termine. Nel quotidiano, infine, ridurre l’uso di plastiche, preferendo tessuti naturali, limitando al contempo il consumo di acqua in bottiglia può aiutare a mitigare l’esposizione individuale.

Michele

CTF, attualmente num.933 dell'Ordine Farmacisti Latina. Amo la farmacologia, la divulgazione scientifica e la tecnologia.

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